SPECIALE IRAN

Notizie dalla Terra Santa
bollettino indipendente di
del 28 giugno 2009

SPECIALE IRAN

TESTI APPARENTEMENTE IN CONTRASTO TRA LORO,

MA UTILI PER COMPLETARE UN QUADRO CONOSCITIVO DEL PROBLEMA


- IL GOVERNO ISLAMICO dell'Ayatollah Khomeyni,

recensione di Dagoberto Husayn Bellucci (documento anche in PDF 179 KB)


- La fantasia al potere: le invenzioni della propaganda occidentale, di Enrico Galoppini


- L' ISLAM SHI'ITA, di Dagoberto Husayn Bellucci

(anche in PDF 175 KB)


- ANTIMPERIALSTI : TRAPPOLA IRANIANA, di Valeria Poletti (anche in PDF 176 KB)


- In Iran un tentativo di colpo di Stato, di Domenico Losurdo (anche in PDF 75 KB)


- STRATEGIA DEL PRESIDENTE AHMADINEJAD, Luca Fantini (anche in PDF 156 KB)


- CONNESSIONE TRA MOUSAVI E IRANGATE?, Reza Fiyouzat (anche in PDF 215 KB)



Comunicato del CPE (Coordinamento Progetto Eurasia) sulle manovre volte a destabilizzare la Repubblica Islamica dell’Iran


Armi misteriose a Gaza Nato-tech per provocare amputazioni

documento anche in formato PDF 94 KB


ATTENZIONE ALLE “MEZZE VERITÀ”

Consigli pratici per “restaurare tutto in Cristo”

DON CURZIO NITOGLIA, 27 giugno 2009

Documento disponibile anche in PDF 70 KB

Con la pubblicazione di questo articolo, la segreteria web coglie occasione per farsi interprete del sentimento di tutti gli amici di Don Curzio Nitoglia, porgendo le più vive felicitazioni e gli auguri più sinceri nell'anniversario dei suoi 25 anni di sacerdozio cattolico......sempre sulla breccia per la buona battaglia. AUGURI DON CURZIO!!!


Ebraismo, Giudaismo, Sionismo, Semitismo:

Giovanna Canzano > intervista < Filippo Fortunato Pilato

documento scaricabile anche in formato PDF 87KB


Milena Spigaglia.splinder.com


VIDEO :

- Video prodotto dalla Intelligence Iraniana nel febbraio 2008

- VIDEO : Effetti delle armi chimiche e uranio impoverito sui bambini iracheni

- VIDEO : GAZA: RIMUOVERE L'ASSEDIO, DARE UNA SPERANZA DI VITA

- VIDEO : I VERI MOTIVI PER CUI USA E ISRAELE ATTACCHEREBBERO L'IRAN

- VIDEO : di Fairouz : Al Quds, Jerusalem

- VIDEO : Ebrei sionisti si dicono democratici in uno stato ebraico

- VIDEO : Gaza, nessun diritto alla vita: Collabora o muori.


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STRATEGIA DEL PRESIDENTE AHMADINEJAD

Il mio personale parere è questo:
AHMADINEJAD o è idiota o è un complice dei satanisti americani
perché sta facendo il loro gioco! Sta facendo quello che i falchi della guerra si aspettano da lui!
http://www.youtube.com/user/humanumgenus
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Notizie dalla Terra Santa
bollettino indipendente di
del 16 giugno 2009

IN QUESTO NUMERO :

· LA STRATEGIA DEL PRESIDENTE AHMADINEJAD - del prof. Luca Fantini

· “L’ECUMENISMO”: CONCILIAZIONE TRA “CRISTO E BELIAR”? - del rev. don Curzio Nitoglia


LA STRATEGIA

DEL

PRESIDENTE AHMADINEJAD

del prof. Luca Fantini, TerraSantaLibera.org, 15 giugno 2009

La vittoria, nelle ultime elezioni iraniane, del Presidente in carica Ahmadinejad dà la possibilità di sviluppare una serie di riflessioni - che se finalizzate anzitutto alla comprensione debbono essere per forza di cose distaccate, per quanto severe, anche rispetto alla politica antirachena attuata dagli iraniani in competizione con gli angloamericani- sull’azione e sulla visione del mondo dello stesso e su eventuali riflessi nella situazione internazionale.

Di fronte a eventi così importanti (una stabilizzazione dell’attuale Presidente persiano per altri quattro anni avrà indubbiamente conseguenze geopolitiche assai pesanti) è assai più importante comprendere piuttosto che tifare “passionalmente”.

Ad esempio, la indubbia immutata “simpatia” per Tareq Aziz, eroe cristiano, per il Presidente Saddam Hussein o per lo stesso Arafat non deve impedire di valutare con obiettività, per quel che è possibile, quanto si sta verificando nel Vicino Oriente. Ad una analisi della visione del mondo di Ahmadinejad seguirà una breve disanima dei possibili effetti rispetto alla sua ulteriore affermazione.

Ahmadinejad, se si volesse accettare il criterio identificativo della struttura di potere vigente in Iran dato da osservatori internazionali[1], è un rappresentante della destra estremista.

Per comprendere l’ascesa di Ahmadinejad è necessario tenere in considerazione il diffuso sentimento di insofferenza della società civile iraniana verso la gerarchia sciita al potere; molto spesso, i persiani identificano i mullah con i privilegi economici che derivano dalla loro carica politica, con la corruzione, con l’imposizione della morale islamica ai costumi e alla vita sociale.

Ahmadinejad è infatti il massimo rappresentante della “nuova elite” che emergeva a Teheran durante gli anni di Khatami, l’elite militare comprendente i pasdaran, i bassiji e tutti coloro che ruotavano attorno alle varie fondazioni rivoluzionarie.

Tale elite, che veniva definita “la seconda generazione di rivoluzionari” per aver forgiato la sua reale identità sui campi di battaglia della guerra contro l’Iraq, non quindi durante il processo rivoluzionario, si faceva in quel periodo portatrice del messaggio della “rivoluzione tradita”: in una famosa lettera a Khatami, comandanti pasdaran portavoce della stessa corrente si dicevano assolutamente pronti a “difendere con il sangue” la rivoluzione che aveva ormai, a loro parere, imboccato un binario morto, soprattutto a causa della corruzione del clero. Il petrolio, in tale ottica, teneva in sella gli interessi del gruppo di potere creato dall’Imam Khomeini.

L’oro nero – come ai tempi dello shah - non faceva altro che stabilizzare il controllo oligarchico di una ristretta casta (in questo caso clericale), che se da un lato rafforzava il ruolo dello Stato come distributore di assistenza e sussidi, dall’altro accentuava il distacco tra popolo ed elite. Il passaggio rivoluzionario dalla monarchia alla repubblica non comportava così una effettiva e concreta rottura con il passato dinastico.

In tal senso, il vero messaggio rivoluzionario - ancor meglio, nazionalrivoluzionario - si aveva con l’ascesa di Ahmadinejad. Primo Presidente non appartenente al clero sciita, dopo Bani Sadr, figlio di un fabbro, nasceva il 28 ottobre 1956 a Garmasar.

Ciò che probabilmente doveva radicalmente influenzare la visione sociale e spirituale di Ahmadinejad era l’esperienza maturata durante la guerra Iran Iraq. L’attuale Presidente iraniano avrebbe partecipato quale volontario nelle forze speciali dei Pasdaran, a talune operazioni oltre le linee nemiche e avrebbe visto di conseguenza morire, come molti iraniani al fronte, tanti dei suoi giovani compagni.

Dico avrebbe in quanto, secondo altre interpretazioni, non avrebbe partecipato affatto ad operazioni oltre le linee, ma si sarebbe limitato a svolgere i due anni di servizio militare. Al riguardo, sostiene comunque Guolo che “è in questa austera comunità di “monaci guerrieri” che Ahmadinejad matura convinzioni, stringe amicizie e relazioni che coltiverà quando abbandonerà il fucile” [2]. Questa interpretazione è condivisibile.

Sebbene in Occidente passi l’interpretazione di Ahmadinejad pura appendice di Khamenei, in realtà il Presidente non è affatto un ortodosso continuatore della tradizione del clero khomeinista che fa capo alla Guida.

L’alleanza tra Ahmadinejad e Khamenei è dunque di tipo tattico, non strategico. Lo dimostra la stessa composizione del primo governo Ahmadinejad, insediatosi il 3 agosto 2005, formato in larga parte da rappresentanti di quell’elite militare di cui si parlava sopra: ben 18 erano infatti i ministri che provenivano dalle file dei pasdaran.

“Una volta pasdar, per sempre pasdar”, il motto delle Guardie della rivoluzione che ben sintetizza il sentimento di identità spirituale e unità comunitaria nazionalista che tra queste vige. Dai Komitè Pasdaran del ‘79, oggi conosciuti come Sepah Pasdaran, il nucleo originario, partiva la carriera della maggior parte degli attuali fiancheggiatori e sostenitori di Ahmadinejad.

Quest’ultimo faceva in origine parte del battaglione Al Qods, l’unità delle operazioni speciali. I pasadran sono oggi nel complesso centinaia di migliaia e dalle Guardie della rivoluzione dipendono anche i bassiji. In genere, pasdaran e bassiji appartengono agli strati più poveri della popolazione e sono di conseguenza anche attirati dalle offerte della cosiddetta “economia pasdaran”, che possiede società commerciali, banche con prestiti senza interesse, università, centri culturali, ospedali, le varie Bonyad, come la Fondazioni dei martiri.

Sebbene abbia sposato la figlia dell’ayatollah Jannati e sia legato da una sorta di discepolato spirituale con l’ultraconservatore ayatollah Mesbah Yazdi, Ahmadinejad ha attuato in Iran il principio che è il partito “militare” rivoluzionario (non i chierici imboscati), ossia la “comunità del fronte”, che ha idealmente raccolto il sacro sangue dei giovanissimi martiri caduti a dover guidare la nazione.

Ahmadinejad si presentava da subito, da quando era sindaco di Teheran, quale “bonificatore”, ossia come colui che voleva ripulire la tenebrosa palude che aveva oscurato lo spirito originario della rivoluzione, custodito in verità da quel blocco militare che trasmetteva con la sua stessa presenza la memoria dei “martiri”.

Immagine simboleggiata dallo stesso abbigliamento con cui è solito presentarsi, lo shal, il fazzoletto, e gli stivaletti, che i volontari portavano al fronte.

Di fronte a quest’immagine di un Presidente nazionalrivoluzionario (più che dogmatico islamista), si potrebbe ben obiettare che egli dice spesso di ispirarsi al messaggio originario dell’Ayatollah Khomeini. Ma ciò è legittimo e comprensibile alla luce dei processi storici.

Le rotture di paradigma, in vari processi rivoluzionari o presunti tali, si sono avuti proprio operando con la medesima metodologia: basti pensare, per fare solo un esempio, a Stalin, che si richiamava pubblicamente al leninismo mentre in realtà puntava diritto alla realizzazione del “socialismo in un solo paese”.

La dimensione mistica e spiritualistica di Ahmadinejad, non è un caso, esce chiaramente dalla tradizione khomeinista anche con il principio del mahdaviat, il ritorno del Dodicesimo Imam, il Mahdi.

Nella visione mutuata da Ahmadinejad sin dalla fine degli anni ’70, frutto della sua familiarità con la Hojateh, un’associazione fondata sulla preparazione mistica e spirituale dell’ “Atteso”, il Mahdi, messa fuori legge da Khomeini nel 1983, ma ritornata alla massima vitalità proprio con l’attuale Presidente, nessun governo, neanche quello khomeinista, risponde alla autentica natura dello sciismo.

Viene così svalutata le legittimazione del potere del clero khomeinista, in quanto il compito principale del potere terreno è accelerare (non sostituire, come fa il clero di ispirazione khomeinista, che in tal senso sembrerebbe allontanare l’urgenza cosmologica del ritorno del Mahdi) il ritorno del Mahdi ritorno che sarà contrassegnato da dure sofferenze e tribolazioni, ma anche dalla fine escatologica del Regno cosmico dell’Oppressione (che talvolta pubblicamente il Presidente persiano ha definito anche regno dell’anticristo), di cui Usa e Israele sono i più potenti strumenti e in tal senso la liberazione palestinese dall’ “arroganza” assume, nella concezione escatologica di Ahmadinejad, un significato prioritario.

Il Presidente iraniano ha assai spesso sollevato il problema del ritorno del Mahdi, non solo di fronte agli sciiti.

Parlando ad esempio di fronte alle Nazioni Unite, sconcertava il pubblico presente concludendo il suo intervento con una preghiera che invocava proprio l’ “Atteso”: “O luminoso e forte Signore, ti prego di accelerare la venuta del tuo supremo depositario, l’Atteso, quell’essere umano di luce pura e perfetto: il solo che riempirà questo mondo di giustizia e pace”. Secondo molteplici testimonianze, tornato da New York, Ahmadinejad diceva al suo referente spirituale, l’ayatollah Mohammed Taghi Mesbah-Yazdi, che il suo discorso alle Nazioni Unite aveva prodotto il seguente effetto: “Un membro della nostra delegazione ha raccontato di avermi visto attorniato da una luce quando iniziai l’invocazione conclusiva”. Mi sentii compenetrato da questa aura benefica luminosa. Avvertivo che l’atmosfera si mutava di colpo e per circa ventotto minuti i leader di tutti il mondo rimasero come rapiti in sogno. Era come se una mano li trattenesse per ricevere il messaggio della Repubblica islamica”.

Si sbaglierebbe ad accusare Ahmadinejad di allucinazione o bizzarria: tale tradizione escatologica non solo appartiene alla spiritualità iraniana, anche pre-islamica [3], ma veniva tenuta in alta considerazione dallo stesso shah Reza Pahlavi, il quale, tutto tranne che islamista radicale, ricorda una sua esperienza di infanzia nella quale trovandosi a contatto con la morte, veniva miracolosamente salvato dalle benefiche forze spirituali attivate dalla mano santa di Abbas, fratello del martire Hussein e dalla manifestazione reale dell’Imam nascosto, il Dodicesimo[4].

Grave limite di Ahmadinejad è che – fino ad ora – tale visione escatologica non si è accompagnata ad un antigiudaismo spirituale, ma si è limitata ad una retorica antisionista. Sebbene in Occidente si enfatizzi l’importanza che l’antigiudaismo rivestirebbe nel pensiero di Ahmad Fardid, ad un esame attento la visione di quest’ultimo non esce dall’astrazione naturalistica heideggeriana. E’ anche vero che per sviluppare una simile via escatologica antigiudaica occorrerebbe una forte familiarità con la misteriosofia dei Padri cristiani.

Un’altra rottura di paradigma con il khomeinismo si ha sul piano del nazionalismo persiano, un nazionalismo assai permeato della dimensione mistica ed universale caratterizzante la visione di Ahmadinejad, collegato nella sfera interna ad una determinata “nazionalizzazione delle masse”, con un ruolo dinamico attivo, in tale processo di mobilitazione totale, assegnato anche alle donne.

Ahmadinejad ha immesso a forti dosi – nel tessuto sociale e politico persiano – elementi mutuati dalla tradizione nazionalrivoluzionaria europea. Rilanciando la visione rivoluzionaria e radicalizzandola in senso antiamericanista, antianglosassone ed antisionista, Ahmadinejad persegue il fine strategico di fare dell’Iran un’autentica potenza internazionale. Ma non tanto potenza musulmana, come ambiva ad essere fino alla morte di Khomeini, quanto potenza grande-nazionale, antiamericana ed antisionista.

Una potenza che non mira tanto a “sciitizzare” o islamizzare quanto a imprimere un nuovo assetto geopolitico all’intero Vicino Oriente. Di questa nuova linea nazionalrivoluzionaria fa chiaramente parte la rivendicazione del “diritto al nucleare”. La mobilitazione sul tema del nucleare si coniuga, sul piano interno, come si è potuto osservare anche alle recenti elezioni, con un ferreo blocco sociale tra gli elmetti e i mostafazin, ossia i più poveri della popolazione, che hanno ancora accordato la massima fiducia al Presidente nella sua proclamata lotta a sperperi e corruzione.

Il patto sociale di Ahmadinejad è basato su una equa redistribuzione del reddito e su pesanti investimenti finanziati con i guadagni delle esportazioni di gas e petrolio. Per attuare questi obiettivi, il Presidente persiano ritiene che i consumi energetici interni dovrebbero essere sostenuti dal nucleare, non dai guadagni ottenuti dall’esportazione di oro nero e gas, il cui utilizzato è usato per altri fini.

Di conseguenza, le politiche di redistribuzione del reddito sono destinate a ottenere il consenso dei meno abbienti. Significativo che, nella storia recente o meno dell’Iran, i bazarì (la cosiddetta classe media composta soprattutto di mercanti), nelle decisioni politiche definitive, hanno sempre avuto un peso prioritario. Khomeini entrava nelle grazie dei mercanti iraniani da quando, nel 1967, diveniva loro protettore accusando la rivoluzione bianca dello shah di aver mandato in bancarotta molti bazarì.

Subito dopo la presa del potere, impartiva alla Guardia rivoluzionaria l’ordine di non danneggiare le proprietà dei bazarì ed il 29 dicembre del 1980 dichiarava che “la ricchezza è un dono di Dio”[5]. Viceversa, i bazarì hanno sempre visto di cattivo occhio l’ascesa di Ahmadinejad ed ancor più alle ultime elezioni hanno compattamente fatto blocco contro di lui. Nonostante questo, il patto sociale del Presidente non è stato scalfito.

Ahmadinejad, d’altra parte, ha arrestato e placato ma non certamente annichilito la negativa occidentalizzazione che ha sedotto buona parte della società iraniana: significative al riguardo le note feste notturne di Teheran nord dove non sembra mancare niente di quanto prolifera nella decadenza materialista occidentale.

Dunque se il Presidente iraniano è forte del granitico sostegno di soldati e fasce popolari, non potrà mai dormire sonni tranquilli in quanto i mercanti, tradizionale motore della società persiana, non hanno alcuna simpatia per la sua azione e per il suo populismo.

Come una guida rivoluzionaria di altri tempi, Ahmadinejad ha saputo compenetrare perfettamente politica interna e politica internazionale, ha saputo sacrificare completamente la tattica a vantaggio della finalità strategica, ha quasi sempre mantenuto le promesse fatte al suo popolo.

Probabilmente, è stato – di recente – l’unico capo di stato capace di ottenere una massiccia espansione delle proprie posizioni con sacrifici interni minimi o addirittura nulli. Senza tatticismo alcuno, ma esasperando anzi il puro momento strategico.

Del tutto indifferente alle continue minacce riguardo al tanto sbandierato attacco di aria e di mare, su larga scala, verso Teheran, Ahmadinejad rafforzava costantemente le posizioni iraniane in tutto il Vicino Oriente, nell’alleanza strettissima con la Siria, supportando esplicitamente con ogni mezzo l’azione di Hezbollah e Hamas, che frattanto divenivano sempre più (probabilmente sull’esempio mostrato dallo stesso Ahmadinejad) movimenti di liberazione nazionale aperti anche alle componenti patriottiche non islamiste.

La pagina più brutta, e sicuramente non difendibile (almeno da una prospettiva che non sia quella persiana) è stata la linea politica di competizione instaurata con gli angloamericani in Iraq, giocata sulle spoglie del glorioso passato patriottico baathista.

Gli attuali leader iracheni sono uomini di Teheran, un’intera classe politica che si formava in Iran negli anni ottanta, le milizie Al Badr e la nuova intelligence sono stati addestrati dai pasdaran e Muqtada Al Sadr passa probabilmente la maggior parte del suo tempo a Teheran.

L’Iran di Ahmadinejad, inoltre, come mostrato dalla recente visita a Teheran di Chavez e come notava un documento del ministero degli esteri israeliano, ha addirittura rafforzato le proprie posizioni in Sud America.

La vittoria di Ahmadinejad è la vittoria di un capo di stato che è comunque sempre stato leale, fino ad ora, verso la Russia. Dunque in prospettiva, è una vittoria filoeuropea.

Putin è stato ospitato a Teheran da Ahmadinejad nel corso di una visita definita storica, in quanto dall’epoca di Stalin nessun capo di stato russo era più entrato in Iran; la costruzione della prima centrale nucleare iraniana è stata completata grazie alla Russia e Sergey Kirienko, il leader dell’agenzia atomica Rosatom, ha promesso di recente all’Iran combustile nucleare (non uranio arricchito) per almeno altri dieci anni.

Da quando si è avuta in Iran la reggenza Ahmadinejad, le forze militari persiane non si sono più fatte coinvolgere nelle strategie geopolitiche angloamericane antirusse quali ad esempio quelle finalizzate alla creazione di “trasversali verdi” in territorio europeo. Durante il recente conflitto russo-georgiano, Ahmadinejad ha plaudito all’azione difensiva russa ed ha denunciato la presenza di moltissimi agenti del Mossad nel Caucaso quali istruttori dell’esercito georgiano e di tutte le forze antirusse ivi operanti.

Infine: se Ahmadinejad riuscirà ad avere facilmente ragione di questo iniziale tentativo di “rivoluzione velluto” partorita con largo anticipo da strateghi americani che si sta verificando sulle strade di Teheran in questi giorni, si potrebbero aprire degli scenari inaspettati.

Non si può dire con certezza se risponde al vero quanto denunciava in diverse occasioni la sorella gemella dello shah: cioè che Brzezinski era il reale artefice della rivoluzione khomeinista.

Allora Brzezinski puntava realmente (e vi riusciva!) a creare una “mezzaluna verde”, formata da regimi islamisti radicali, a ridosso del lato meridionale dell’Urss, per accerchiare Mosca impedendole peraltro l’accesso ai mari caldi.

Se la versione della sorella dello shah è, a detta di molti, azzardata o infondata, rimane indubbio il fatto che gli angloamericani iniziavano a scaricare lo shah quando – dall’aprile del 1977 almeno, come indicava chiaramente il convegno di Sciraz – il monarca era ormai determinato a far diventare l’Iran da potenza petrolifera una potenza atomica.

Khomeini viceversa considerava l’ atomica un frutto diabolico dell’Occidente. Con Ahmadinejad l’Iran rivendica oggi nuovamente il suo diritto storico e morale ad essere una potenza nucleare.

Se si è svolta negli ultimi anni una intensa guerra da parte dell’intelligence israeliana contro elementi di spicco ruotanti verso Teheran (es. Imad Mugnyeh e Mohammed Suleyaman) o contro siti nucleari (settembre 2007) o missilistici (luglio 2007) siriani dove erano impiegati tecnici iraniani, è anche vero che Israele, giunto ai limiti dell’attacco militare, non disponendo mai del semaforo verde e del supporto esplicito di Washington, ha dovuto rinunciare ai suoi propositi. Vediamo ora invece prendere corpo le strategie giudeoamericaniste di cui si è di recente parlato (Cfr. Obama al Cairo. L’unipolarismo giudeoamericanista).

E’ infatti chiaro che si ha il clan Brzezinski dietro ai tentativi di “rivoluzione vellutata” che, sul modello delle varie rivoluzioni colorate, sta tentando di delegittimare anzitutto all’interno il Presidente Ahmadinejad.

Vi è quasi certamente la medesima regia dietro i vari attentati verificatisi in Iran negli ultimi mesi nelle zone di confine con il Pakistan e con l’Afghanistan, come a Zahedan.

D’altra parte, le correnti radicaliste sioniste sembrano voler giocare la carta russa.

Gli israeliani, sentendosi per la prima volta abbandonati “strategicamente” - già in passato comunque, non a caso, quando Brzezinski era un influente consigliere di Carter, si avevano momenti di tensione ai limiti della rottura tra Usa e Tel Aviv – hanno mandato il loro ministro degli esteri Lieberman a San Pietroburgo per proporre a Putin quegli aerei automatici senza pilota che nel recente conflitto russo-georgiano, in dotazione all’esercito georgiano, hanno abbattuto diversi aerei con pilota russi.

Una richiesta simile, rivolta a un nemico strategico storico del popolo ebraico (come insegnano Soros e Andrè Glucksmann), come la Russia, denota che il progetto sionista sta correndo disperatamente contro il tempo.

E in questa partita, elemento da notare, fedele alla sua apparente assenza di strategia, che è, come è risaputo, una scuola storica e militare ben precisa, una strategia priva di strategia, quale volontaria, paziente, esasperazione del momento tattico, la Cina sembra rimanere dietro l’angolo.

Il tempo, in conclusione, lavora a favore di Ahmadinejad. Se il Presidente iraniano ha già organizzato una solida difesa interna contro le tecniche tipiche, certamente assai aggiornate, delle suddette rivoluzioni colorate e delle destabilizzazioni interne, molto più che contro un eventuale attacco militare, il suo radicale offensivismo strategico continuerà la via della puntuale realizzazione degli obiettivi prefissati.

Luca Fantini

Dottore di ricerca in storia della filosofia, collabora con il nostro sito quale consulente riguardo problematiche storico-filosofiche, con particolare attenzione alla questione giudaica

Link a questa pagina :

http://www.terrasantalibera.org/LucaFantini_strategia_ahmadinejad.htm

NOTE

[1] Cfr. W. Buchta, Who rules Iran? The structure of Power in the Islamic Republic, Washington 2000.

[2] R. Guolo, La via dell’Imam. L’Iran da Khomeini a Ahmadinejad, Roma-Bari 2007, pag. 113.

[3] Sia detto brevemente, poiché il discorso non può essere affrontato in questo contesto, ma va precisato che alcuni autori sciiti (fra i quali Kamal Kashani e Haydar Amoli) identificano esplicitamente l’Imam atteso con il Paracleto, la cui venuta è annunciata dal Vangelo di Giovanni a cui essi fanno riferimento. L’avvento dell’Imam-Paracleto inaugurerà il Regno del puro senso spirituale degli archetipi primordiali, e cioè della vera religione che è la perenne walayat. Ecco perché il regno dell’Imam preannuncia la Grande Resurrezione. H. Corbin, Storia della filosofia islamica, Milano 1991, pag. 85; P. Filippani Ronconi, Zarathustra e il mazdeismo, Roma 2007, pp. 55 e sgg.

[4] Mohammad Reza Pahlavi, Risposta alla storia. Il testamento politico e morale dello Shah, Milano 1980, pag. 42.

[5] F. Sabati, Storia dell’Iran, Milano 2003, pag. 166.


“L’ECUMENISMO”:

CONCILIAZIONE TRA “CRISTO E BELIAR”?

DON CURZIO NITOGLIA, donCurzioNitoglia.com, 14 giugno 2009

Introduzione

Mons. Brunero Gherardini in “Divinitas” (rivista fondata dall’ex rettore della Lateranense, mons. Antonio Piolanti), Città del Vaticano, n° 2/2008, di cui egli è oggi il Direttore, ha scritto un bellissimo articolo (“La vexata quaestio del deicidio”, pp. 215-223), in cui sostiene e prova che per i cattolici, i quali credono nella divinità di Cristo, la sua uccisione fu (per l’Unione Ipostatica, delle due nature, divina e umana, nell’unica Persona divina del Verbo) un vero “deicidio”.

San Tommaso d’Aquino tratta esplicitamente il problema della responsabilità morale del giudaismo nella crocifissione di Nostro Signor Gesù Cristo. Nella Somma Teologica (III, q. 47, a.5), infatti, si domanda ‘Se i carnefici di Nostro Signore lo conoscessero come il Cristo’ e risponde con una distinzione: i maggiorenti “lo conobbero come il Cristo [...] essi infatti vedevano avverarsi in Lui tutti i segni predetti dai Profeti. Ma essi non conobbero il mistero della sua divinità [...]. Però bisogna notare che la loro ignoranza non li scusava dal delitto perché si trattava di ignoranza affettata. Essi infatti vedevano i segni evidenti della sua divinità, ma per odio e per invidia verso Cristo li travisavano, e così non vollero credere alle sue affermazioni di essere il Figlio di Dio. Mentre il popolo [...] non conobbe pienamente né che egli era il Cristo, né che era il figlio naturale di Dio” (in corpore). “Si affaccia a questo punto una obiezione: se non uccisero la divinità (che in Cristo non morì), i giudei sono colpevoli soltanto di semplice omicidio (e non di deicidio ndr). Al che si risponde: se qualcuno insudicia intenzionalmente la veste del Re, non viene considerato colpevole di reato allo stesso modo che se ne avesse imbrattato la persona? Perciò sebbene non abbiano ucciso la natura divina di Cristo (cosa impossibile), gli autori morali della morte di Gesù hanno meritato, in base alle loro intenzioni, una gravissima condanna. [...] Chi lacerasse un decreto regio, attenta alla stessa maestà regale; e quindi il peccato dei giudei è di tentato deicidio” (In Symb. Ap.,a. 4, n° 912, Opuscola theologica; De re spirituali, Marietti, Torino, 1954).

Si noti inoltre che per il mistero del­l’Unione Ipostatica, la natura umana di Cristo sussisteva nella Persona divina del Verbo, quindi è lecito dire che gli ebrei uccisero Dio, anche se non scalfirono neppure la sua natura divina, ma colsero soltanto quella umana che sussiste nella Persona del Verbo divino. Così il Dottore Angelico conclude questo articolo della Somma Teologica: “Vedendo i giudei le mirabili opere di Cristo, per odio, non vollero ammettere che egli era il Figlio di Dio” (ad 2um). La loro fu dunque una ignoranza affettata che non scusa dalla colpa, ma piuttosto l’aggrava: infatti essa dimostra che uno è talmente intenzionato a voler peccare, che preferisce rimanere nell’ignoranza per poter fare il peccato: “Et ideo judei peccaverunt, non solum hominis Christi, sed tamquam Dei crucifixores” (S.T., III, q. 47, a. 5, ad 3um). Il peccato di Deicidio è da attribuirsi quindi ai Capi del popolo in maniera molto grave. Perciò, se da una parte è vero che soltanto una parte del popolo giudaico (inteso in senso etnico-politico) vivente ai tempi di Gesù in Palestina e nella Diaspora abbia preso parte attiva alla crocifissione fisica di Gesù, «Non rimane scagionato da colpa o da pena il giudaismo o la religione giudaica, cioè il popolo inteso in senso religioso! [...] A me sembrano essere nel vero i numerosi e valenti esegeti i quali vedono emergere chiaramente da tutta l’economia del Vecchio Testamento [...] il principio della ‘responsabilità collettiva’ nel bene come nel male. [...] l’intero popolo è ritenuto responsabile e quindi punito, per i delitti commessi ufficialmente dai suoi capi, anche quando gran parte del popolo ne sia estranea. Ritengo legittimo poter affermare che tutto il popolo giudaico dei tempi di Gesù - inteso in senso religioso, cioè quale collettività professante la religione di Mosè - fu responsabile in solidum del delitto di deicidio, quantunque soltanto i Capi, seguiti da una parte degli adepti, abbiano materialmente consumato il delitto [...] la sentenza di condanna fu emanata dal concilio (Jo XI, 49 sg.),cioè dal massimo organo autoritativo della religione giudaica. [...] Fu il sacerdozio aronitico, [...] a condannare il Messia. È lecito, pertanto, attribuire il deicidio al giudaismo, in quanto comunità religiosa. […]. Anche il giudaismo dei tempi posteriori a Nostro Signore partecipa oggettivamente della responsabilità del deicidio, nella misura in cui tale giudaismo costituisce la libera e volontaria continuazione di quello di allora» (Luigi M. Carli: La questione giudaica davanti al Concilio Vaticano II, in “Palestra del Clero”, n°4, 15 febbraio 1965, pp.191-203).

Inoltre nella rivista “Fides Catholica”, Frigento, n° 1/2008 mons Gherardini ha scritto un secondo magnifico articolo (“Sugli Ebrei: così, serenamente”, pp. 245-278). In esso il monsignore distingue il giudaismo vetero-testamentario da quello talmudico, parla di responsabilità collettiva del popolo ebraico, e non dei soli Capi, nella morte di Gesù; muove degli appunti a Nostra aetate - riallacciandosi all’articolo succitato - per aver omesso la parola “deicidio”, la quale è l’unica che possa definire esattamente l’uccisione di Gesù; asserisce che il giudaismo di oggi, continuando nel rifiuto di Cristo e non avendo rotto con quello il quale condannò a morte Gesù, forma una stessa entità con esso; riafferma che il giudaismo talmudico discende da Abramo solo secondo la carne e non per la fede; critica pacatamente, ma fermamente la teoria dell’Antica Alleanza mai revocata, poiché la Nuova ha rimpiazzato la Vecchia, che era caduca ed ora è definitivamente sorpassata; afferma inoltre che, Israele, avendo rifiutato Cristo, è stato abbandonato da Dio e da tale abbandono è seguita la “maledizione” oggettiva di esso, mentre “il piccolo resto d’Israele”, che ha creduto al Messia, è entrato coi pagani nella Nuova ed Eterna Alleanza. Infine - egli scrive - i doni di Dio sono irrevocabili da parte di Dio se gli uomini cooperano con Lui, ma, se lo abbandonano, sono da Lui abbandonati e quindi conclude qualificando l’insegnamento “pastorale”, dal Concilio Vaticano II al post-Concilio, come “teologicamente assurdo, ma politicamente corretto”.

IL DEICIDIO E IL CONCILIO VATICANO II

La dichiarazione conciliare “Nostra aetate” (28 ottobre 1965) recita: “Quanto è stato commesso durante la Passione non può essere imputato né indistintamente a tutti gli ebrei allora viventi, né agli ebrei del nostro tempo. [...] Gli ebrei non devono essere presentati come riprovati da dio, né come maledetti, quasi che ciò scaturisse dalla S. Scrittura” (Nostra aetate 4 g-h). Ora la S. Scrittura ci presenta gli ebrei come riprovati e maledetti da Dio (F. Spadafora, La Chiesa e il giudaismo, Caltanisetta, Krinon, 1987). Il Concilio asserisce inoltre che la morte di Nostro Signore è “dovuta ai pec­cati di tutti gli uomini” (Nostra aetate 4), e questo è pacifico quanto alla causa finale; invece la causa prossima ed efficiente della morte di Gesù furono i giudei (Giuda, i prìncipi e la folla), come è stato dimostrato ‘ad abundantiam’ per quel che riguarda il deicidio. Come conciliare ora la dottrina del Vaticano II con quella tradizionale? E’ impossibile.

Resta da vedere come si è potuti arrivare a tale dichiarazione conciliare con 2041 placet,88 non placet e 3 voti nulli. Léon de Poncins scrive che: «La mozione votata a Roma dimostra da parte di molti Padri conciliari una profonda misconoscenza del giudaismo. Sembra che essi si siano attenuti solo all’aspetto umanitario del problema, presentato abilmente dai portavoce del giudaismo mondiale. [...] Infatti all’origine delle riforme proposte dal Concilio per modificare l’atteggiamento e la dottrina secolari della Chiesa verso il giudaismo [...] vi sono diverse personalità ed organizzazioni ebree: Jules Isaac, Labelkatz [...] Nahum Golduran [...]. Tra le personalità ebree sopra citate ce n’è una che ha svolto un compito preminente: lo scrittore Jules Marx Isaac, ebreo d’Aix en Provence. [...]. Profittando del Concilio, dove aveva trovato serî appoggî tra i Vescovi progressisti, Jules Isaac è stato il principale teorico e promotore della campagna contro l’insegnamento tradizionale della Chiesa. Vediamo ora la posizione presa per far prevalere la sua tesi: [...] L’antisemitismo cristiano a base teologica è il più temibile. Infatti l’atteggiamento dei cristiani verso il giudaismo è stato sempre fondato sul racconto della passione tale e quale è stato riportato dai quattro Evangelisti e sull’insegnamento che ne hanno fatto i Padri della Chiesa. [...]. Jules Isaac ha tentato di distruggere questa base teologica fondamentale, contestando il valore storico dei racconti evangelici e screditandone gli argomenti proposti dai Padri della Chiesa. [...]. Il 13 giugno 1960 Jules Isaac è ricevuto da Giovanni XXIII al quale domanda la condanna dell’insegnamento del disprezzo e consiglia la creazione di una sottocommissione incaricata di studiare tale problema. Più tardi il signor Isaac aveva la gioia di sapere che le sue proposte erano state prese in considerazione dal Papa e trasmesse per lo studio al card. Bea. [...]. Nel 1964 la questione era sottoposta al Concilio. Jules Isaac ha consacrato due libri per criticare e distruggere i due pilastri dell’insegnamento cristiano (riguardo al deicidio: i racconti evangelici e la dottrina dei Padri della Chiesa, ndr). Nella prima di queste due opere, “Jesus et Israel”, pubblicata nel 1949, Jules Isaac critica gli Evangelisti, principalmente S. Giovanni e S. Matteo. “Lo storico ha il diritto ed il dovere di considerare i racconti evangelici come testimonianze faziose contro i giudei. [...] È evidente che tutti e quattro gli Evangelisti hanno avuto la stessa preoccupazione di ridurre al minimo le responsabilità romane per maggiormente aggravare quelle giudaiche [...] L’accusa cristiana contro Israele, l’accusa di deicidio [...] è essa stessa criminale, la più grave, la più nociva ed anche la più iniqua” (jules isaac: L’Enseignement du Mépris, p. 141). In breve, dal racconto della Passione rivisto e corretto da Jules Isaac gli Evangelisti ci appaiono come menzogneri matricolati, ma il più velenoso è senza dubbio Matteo. Nella seconda delle sue opere, ‘Genèse de l’Antisémitisme’, pubblicato a Parigi nel 1956, Jules Isaac si sforza di screditare i Padri della Chiesa: [...] “Contro il giudaismo [...] nessuna arma si è rivelata più temibile dell’insegnamento del disprezzo dimostrato soprattutto dai Padri della Chiesa del IV secolo; ed in questo insegnamento nessuna tesi è più nociva di quella del popolo deicida”. (jules isa­ac: Genèse de l’Antisémitisme, ed. Cal­mann-Lévy, Paris, 1956, p. 327). La Chiesa, ci dice Jules Isaac, è la sola colpevole; i giudei sono completamente innocenti, [...] solo la Chiesa perciò deve fare atto di riparazione emendando il suo millenario insegnamento. E Jules Isaac giunge alle sue pratiche realizzazioni. Egli domanda o piuttosto esige dal Concilio: [...] la modifica delle preghiere liturgiche riguardanti gli ebrei, particolarmente quelle del Venerdì Santo. L’affermazione che i giudei non sono affatto responsabili della morte di Cristo [...] Il mettere a tacere [...] i passi evangelici che riportano il cruciale episodio della Passione, particolarmente quello di S. Matteo, che Jules Isaac […] tratta da menzognero e falsario. Nel Numero del 23 gennaio 1965 il settimanale ‘Terre de Provence’, pubblicato ad Aix, dava il resoconto di una conferenza tenuta da Mons. de Provenchères, Vescovo di Aix. Citiamo l’inizio dell’articolo. Parlando di Jules Isaac mons. de Provenchères ci dice che fin dal primo incontro nel 1945 egli ebbe una profonda stima per lui, stima rispettosa che ben presto ebbe una sfumatura d’affetto. Lo schema conciliare sembra essere la ratifica solenne di quella che fu la loro conversazione. L’origine di tale schema conciliare (Nostra aetate) si deve ad una domanda di Jules Isaac al Vaticano, esaminata da più di 2000 vescovi. Questa iniziativa fu presa da un laico ed un laico giudeo”. (‘Terre de Provence’, 23 gennaio 1965). 2041 Padri hanno ritenuto che il racconto della passione secondo la versione di Jules ­Isaac era da preferirsi a quella di s. Giovanni e s. Matteo. [...]. In poche parole questo voto [...], sotto l’apparenza di cari­tà cristiana [...], è un’altra tappa nella via del cedimento, del­l’abbandono del cristianesimo tradizionale e del ritorno al giudaismo. [...] Per i pensatori giudei la riforma conciliare deve essere una nuova tappa nella via dell’abbandono, del cedimento, della distruzione della tradizione cattolica svuotata a poco a poco della sua sostanza» (léon de poncins: Il problema dei giudei in Concilio, Tipografia Operaia Ro­mana,Via E.Morosini 17, Roma senza data, pp. 6-28).

● Il recente “caso Williamson”, con la dichiarazione dell’obbligo di riconoscere la vulgata sterminazionista della shoah da parte di Benedetto XVI per essere in piena comunione con la Chiesa (“Lettera ai vescovi di tutto il mondo”, 4 marzo 2009), rappresenta - teologicamente - un ulteriore gravissimo passo verso la giudaizzazione, tramite l’olocausto-latria, dell’ambiente e della mentalità cristiane.

1°) POSSONO I GIUDEI VENIR CHIAMATI ‘RIPROVATI’ DA DIO?

La riprovazione di cui si parla ora non è quella che designa l’azione della Provvidenza di Dio riguardo al conseguimento del fine ultimo da parte di ogni singola anima. Il nostro problema riguarda un popolo (in senso religioso e non politico-etnico o razziale) il cui fine si esaurisce nel tempo e che nel tempo deve avere premio o castigo. resta salvo perciò il dogma che Dio “vuol che tutti si salvino”(1 Tim II, 4); anche il singolo giudeo in buona fede, quindi, riceve da Dio la grazia sufficiente per salvarsi l’anima. (Per chiarezza è bene ricordare che la parola “riprovare” etimologicamente significa: reputare inutile, disapprovare, rigettare, sconfessare, ndr). “Parlare di riprovazione o meno di Israele non può significare altro che affermare o negare che quella comunità in quanto tale abbia conseguito o meno il fine terrestre per il quale Dio l’aveva eletta [...]. Il vecchio Israele, a causa della sua incredulità, è stato da Dio privato del suo ruolo speciale che avrebbe dovuto avere nella storia della salvezza [...] è subentrato il nuovo Israele, la Chiesa. .[…] Israele ad un dato momento della sua storia risulta aver infranto il Patto di Alleanza con Dio [...] per il fatto di aver rifiutato il fine stesso del Patto rifiutando Gesù: ‘finis enim Legis Christus’ (Rom X, 4). [...] Automatica­mente rimase senza scopo, frustrata in pieno, l'elezione di Israele; perdettero la loro ragione sufficiente i privilegi ad essa connessi. [...] La religione mosaica la quale, per disposizione dichiarata di Dio, doveva sfociare nel cristianesimo per trovarvi il proprio fine e la propria perfezione, si è così invece costantemente rifiutata di aderire a Cristo [...] Per propria colpa si è cristallizzata in una situazione obiettiva di contrarietà al volere di Dio. [...] Si tratta di un positivo opporsi al volere di Dio. [...] Sotto questo profilo il rapporto tra cristianesimo e giudaismo è di molto peggiore del rapporto tra cristianesimo e altre religioni. Israele, nel piano di Dio, era tutto relativo a Cristo e al cristianesimo. Non avendo avverato, per propria colpa, tale e tanta ‘relatività’, da se stesso si è posto in uno stato di obiettiva ‘riprovazione’. e tale stato perdurerà fino a quando il giudaismo religione non avrà ufficialmente e glo­balmente riconosciuto ed ac­cettato Gesù Cristo” (mons. m. l. carli, op. cit.).

2°) POSSONO I GIUDEI VENIR CHIAMATI ‘MALEDETTI’ DA DIO ?

«Non si tratta di maledizione formale [...] si vuole soltanto indicare una maledizione oggettiva, cioè una situazione concreta, sulla quale Dio esprime il suo giudizio di condanna. (Oggettivamente Israele, avendo rifiutato il piano di Dio, si trova in uno stato di rivolta e di sterilità, che è constatata e condannata o “maledetta” da Dio fino a che non si converta da tale stato, Dio, infatti, vuole che il peccatore viva e si converta e torni a penitenza, ndr). [...]. Tale situazione è stata liberamente accettata da Israele finché dura questa libera accettazione permane lo stato di “oggettiva maledizione”. [...] va però categoricamente negato che alcuna autorità umana, privata o pubblica, possa, a qualsivoglia titolo o pretesto farsi esecutrice della pena connessa al giudizio divino di condanna. [...] Ciò premesso, esprimo il parere che il giudaismo (sempre inteso in se­nso religioso e non etnico-politico) possa legittimamente dirsi “maledetto” allo stesso titolo e nella stessa misura in cui [...] può dirsi “riprovato” da Dio. Del resto già in San Paolo l’idea di maledizione [...] è affine [...] a quella di riprovazione [...] chiunque non porta frutto di opere buone è “maledetto” da Dio come il fico (Mc XI, 21) di cui Dio constatò e condannò la sterilità, ndr). [...] Questo stato di “maledizione” (o condanna della sterilità già constatata, ndr) cesserà soltanto alla fine dei tempi, quando “omnis Israel salvabitur” (Rom XI, 26) Quando cioè accetterà la salvezza messianica » (Mons. l.m. carli, op. cit.).

Conclusione

Infine, mons. Gheradini ha scritto (oltre ai due succitati) anche vari articoli sulla “collegialità”, mettendone a nudo la contraddizione intrinseca. Questi due articoli sono stati messi assieme ad altri inediti e raccolti in un libro dello stesso Gherardini, intitolato, Quale alleanza può esservi tra Cristo e Beliar?, Verona, Fede e Cultura, 2009. In questo il Nostro affronta soprattutto le varie tematiche che aveva soltanto sfiorato nel suo Il Concilio Ecumenico Vaticano II. Un discorso da fare (Casa Mariana Editrice, Frigento, 2009) del dialogo inter-religioso o “ecumenismo”, in oltre 200 pagine, fitte di osservazioni teologiche, molto ben scritte e intelligibili anche ai non specializzati in teologia.

Il libro può essere richiesto a

edizioni@fedecultura.com

Tel 045/ 941. 851

Fax 045/ 925. 10. 58

d. Curzio Nitoglia

14 giugno 2009

Link originale :

http://www.doncurzionitoglia.com/ecumenismo_conciliazione_Cristo_beliar.htm

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